ALFHEIM -IL REGNO PERDUTO-

È semplice per noi vivere in tempo reale in ogni parte del mondo, basti pensare alla tv, you-tube, my space o alla semplice telefonia mobile. Vedere per strada un passante di altra etnia è nella norma, tanto che non ci si fa più caso. Hanno abiti diversi dai nostri, parlano altre lingue, hanno il colore della pelle diverso dal nostro mentre sappiamo che, alle spalle, hanno altre origini e altra storia.
Ora torniamo indietro nel tempo.
Immaginiamo per un attimo le primordiali popolazioni che, lontane da ogni pensiero di varcare i confini del “mondo”, non avevano mai visto altri che quelli dei loro clan. Cosa pensavano? Cos’era il “mondo” per loro? Chi era la “gente”? Cos’era la “conoscenza”? Quali le curiosità?
Ebbene, nulla di tutto ciò. Esse vivevano in territori limitati mentre solo le popolazioni nomadi per natura, migravano quando le risorse del luogo che abitavano iniziavano a scarseggiare. Quando i popoli nomadi misero le radici in territori apparentemente confacenti, piccole popolazioni primitive, prima che si estendessero e ingegnassero per il benessere della comunità stessa, faticarono per oltrepassare i confini del loro microcosmo e spesso con ingenti perdite. Alcuni antropologi attribuiscono a questo singolare comportamento l’estinzione di alcuni preistorici nuclei.
La paura, dicono. Era la paura dell’ignoto e lasciare il certo, se pur penoso e difficile, per l’incerto.
Cosa potesse esserci di là di quelle valli sconfinate, di là di quell’enorme
mare, di quel lungo e insidioso fiume o la tetra foresta forse, era un pensiero che nemmeno li sfiorava.
La convinzione di essere soli in balia dei terribili eventi atmosferici e l’incertezza delle risorse della terra, fece poi la fortuna dei primi santoni che, forti della necessità dei popoli di vedersi rapportati con un volere superiore, giustificando almeno parzialmente la propria condizione, limitarono ancor di più le loro menti. Tuttavia, ciò comportò ordine e stabilità sociale. Immaginiamo altresì, la visione che colse assolutamente impreparate le popolazioni primordiali che non conoscevano ancora il ferro, quando videro le prime navi avvolte nel fumo che gli invasori accendevano per occultare il loro arrivo e l’effetto che nel mezzo avevano le luci delle torce accese. Pensiamo al loro stupore quando videro per la prima volta esseri diversi da loro. Apparivano curati nell’aspetto, vestiti di lane e pelli ben trattate e cucite, con al fianco spade e archi, occhi azzurri con lunghi capelli biondi e acconciati con trecce e lacci colorati. Erano popoli nordici, rozzi per gli antichi romani, ma divini per coloro che coperti con pelli malconce, di statura piccola, occhi scuri, capelli neri crespi e incolti vivevano in particolare oscurantismo.
Cosa dovevano pensare se la loro convinzione era la sola esistenza degli Dei, oltre la loro isola? Cosa pensarono quando, non comprendendo in pieno le abilità di quegli strani esseri, videro nascere “dal nulla” costruzioni di pietra, fortificazioni o spuntare “magicamente” le coltivazioni dal suolo arido? Cosa potevano immaginare quando videro quelle strane creature esprimere le loro arti di combattimento e di guerra o quando li videro generare e governare il fuoco all’improvviso senza alcuna fatica? Dal proprio canto, sin dall’inizio gli invasori compresero subito la condizione di sudditanza psicologica dei nativi e il convincimento della natura divina non poté che essere a loro favore quando, appropriandosi delle risorse dell’isola, non fecero che migliorare le proprie condizioni.
Forse per tenere ben saldo il loro dominio raccontarono ai nativi storie che non fecero che stupirli ancor di più e dando loro quel poco che potesse consentire un benessere comunque inaspettato. Si guardarono bene dal trasmettere tutte le conoscenze della loro civiltà
costringendoli, con stile, a una condizione di soggiogamento e non autosufficienza. In sostanza, ciò che i romani fecero con le popolazioni delle terre conquistate che, divenendo province e totalmente dipendenti dalla misconosciuta “tecnologia di nuova generazione”, alla caduta dell’Impero non seppero riparare le case, i ponti, le strade e bonificare le malsane zone paludose che, ben presto, tornarono a riappropriarsi del loro originale sito.
Esempio eclatante fu Parigi, antica palude, che dopo il ritiro delle legioni romane, costrinse gli abitanti a lasciare la città e questi, non sapendo dove riparare, occuparono per lungo tempo le arene e i templi. In pochi mesi compresero che la libertà costò loro un salto all’indietro di circa cinquecento anni.
Forse non lo seppero mai o forse sì, ma fu la loro semplicità a fare della sola Roma la “caput mundi”.
Ma… siamo sicuri che le cose andarono in questo modo?
E… se nulla, di quanto detto sopra, fosse vero?

 

 

RECENSIONE DI ALFHEIM DA ARCILETTORE

Il libro ha un’impostazione fantasy. Ci sono tutti gli ingredienti richiesti per questo genere letterario che sembra molto apprezzato: c’è il bambino predestinato; c’è il druido che lo deve condurre verso il suo destino introducendolo alla conoscenza; c’è il regno degli Elfi, anzi due, uno superiore e uno inferiore o degli Elfi oscuri; c’è la terra degli umani.
Eppure questo libro è assolutamente originale, seppure la conoscenza di questo genere sia limitata, e cioè una ricerca e poi la scoperta della paternità. È qui, forse più che altrove, che si rende evidente una sensibilità femminile che rende questo volume così arricchente. Ci sono momenti del racconto che possiedono una forza emotiva struggente, capace di commuovere anche i lettori più disincantati.
Se si aggiunge l’importanza fondamentale che viene data alla conoscenza come strumento fondamentale per cercare di rendere fattibile la Nuova Alleanza che darà la pace a tutte le creature, si comprende ancora di più la forte innovazione di questo testo.
Altri hanno scelto la strada della violenza, delle battaglie, delle vendette e ci hanno costruito una immeritata fortuna, come Licia Troisi, che deve la sua fortuna all’enorme campagna pubblicitaria della Mondadori non certo alle sue storie mediocri e alla sua povera prosa.
È sicuramente brillante che l’unica “magia” sia il sapere e in questo c’è un messaggio decisamente positivo, specie per il pubblico più giovane che ama queste saghe.

http://www.arcilettore.it

 

GOROKH

 

 

A GOROKH ATTRIBUITO RICONISCIMENTO PREMIO LETTERARIO 2010 

" NEL SILENZIO ... IL MIO CREATIVO"

a Diletta Nespeca di Ascoli Piceno

per testo edito di narrativa”GOROKH”

motivazione :nel testo l’autrice in veste non solo di narratore, ma

soprattutto in qualità di esploratore, ricercatore, antropologo e tutto con

effervescente stile.

 

RECENSIONE

Sebbene ci siano chiari riferimenti alle civiltà nordiche, il racconto si articola seguendo i precisi dettami del genere fantasy. Sei popoli di sei regni vivono in totale oscurità mentre la perdita della memoria non fa altro che alimentare la forza e la perfidia del Gorokh. Il cerchio di vegetazione malefica inghiotte tutti quelli che, spinti dalla fame e dallo stremo delle forze, vogliono sfidarlo per cercare risorse oltre le sei terre martoriate. Nessuno, sebbene incurante,  ha risposte per se stesso o per i bambini che, curiosi, fanno mille domande sulla triste condizione. Anche i Druidi dall’alto della loro conoscenza sono annebbiati da tale perfidia ed hanno smesso di lanciare anatemi confusi ed incerti. Poi accade qualcosa. In un tempo atteso una bimba prescelta guiderà una sparuta spedizione di giovani Principi i quali sveleranno il terribile segreto celato.
Attraverso il viaggio intrapreso dai coraggiosi Gorokh  ripercorre i millenni di storia dell’uomo; come egli nel suo viaggio abbia interpretato il bene e il male. Spiccatamente simbolico ripercorre i passi delle antiche civiltà nordiche, romano cristiano cattolica, araba piuttosto che orientale.  Dalla numerologia all’alchimia, dalle religioni alle superstizioni,  Gorokh  è teso a guidare il lettore fuori dagli stereotipi che ciecamente sono imposti ed accettati dagli stessi uomini e all’interno , a tratti con durezza,  delle dinamiche che hanno indotto gli stessi a chiudersi nel guscio.  Tutto ciò che per natura è male e bene. La magia dei luoghi, quella dei personaggi piuttosto che del genere narrativo, si spera inducano il lettore a leggere con maggiore attenzione il contenuto tra le righe.



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